sabato 16 maggio 2015

The Magic Whip - Blur

Dodici anni di vuoto Blur. Non siamo stati soli però. Damon Albarn le ha provate tutte per non farci sentire la mancanza della band di Colchester: dai Gorillaz ai progetti solisti mentre Coxon rispondeva con album tutti suoi, sempre usciti nell'ombra.
Eccoci di nuovo qua quindi. Sono i Blur cha hanno attraversato le loro fasi individuali.
Con "Lonesome Street" e "Go Out" rivivremo le vecchie sonorità britpop, anni di spensieratezza fatta di schitarrate e testi malinconici, ma non fatevi ingannare, "Everyday Robots" ha condizionato Albarn come non mai e così anche molte tracce del disco che ci lasciano un senso di sospensione nel vuoto tipico delle atmosfere elettroniche dell'ultimo album del cantante britannico. Sprazzi di movimento e di eccitazione come con "I Broadcast" che sono i momenti in cui nei concerti si salta senza freni. Attimi di relax e di pacatezza con "Ghost Ship". Per poi finire con il lato "asiatico" del disco che racconta di questa "Pyongyang" in cui c'è un "never ending broadcasts" e di questa allegra ballad "Ong Ong" che sembra la vera novità del disco, i Blur 2 direi. Un mix di Asia tra Giappone, Cina e Corea del Nord in cui le luci al neon della copertina fanno da illuminazione al nuovo percorso musicale della band che sembra che suoni affacciata da una camera di albergo di una di quelle metropoli asiatiche che vediamo spesso nei film. 
Bentornati vecchi nuovi Blur.

martedì 12 maggio 2015

Dan Auerbach

Keep it hid

Solo una parola. Sensuale.
Auerbach alla prima sperimentazione da solista. Direi che tutta quella formazione blues esce fuori benissimo in tutto l'album. E' come se tutto fosse scritto per accompagnare una danza sensuale, sensualissima. Un ritmo lento, sofisticato che riempie il vuoto circostante. Crea ispirazione al lasciarsi andare. A tratti nostalgico. Dice: partiamo, andiamo a suonare per strada, lasciamo tutto.

domenica 22 marzo 2015

Hand cannot erase

Che siate a conoscenza o meno della storia dalla quale Steven Wilson ha preso ispirazione per il suo  quarto lavoro da solista, l'ascolto di questo album vi metterà i brividi. Tutto è permeato da un senso oscuro e tetro, che vuole far riflettere sulla tragedia. E' questo il senso del concept album: prendere un tema e cercare di mantenerlo dall'inizio alla fine. 
Wilson è stato influenzato dalla storia di questa donna, Joyce Carol Vincent, guardando il documentario "Dreams of a life".

Entriamo lentamente nell'opera. C'è un suono che cresce quasi a voler diventare assordante e invece no...parte una melodia: siamo dentro alla prima traccia "Regret", un preludio al disco. Piove e ci sono voci di bambini che si confondono con altri suoni; il pianoforte di Adam Holzman è rassicurante.

Ci inoltriamo in "3 years older" con il suono della tastiera che precede una chitarra sostenuta che si tramuta quasi immediatamente in quel progressive rock che tanto contraddistingue l'opera di Wilson e dei suoi Porcupine Tree ma che ci ricorda anche gli ultimi Genesis (e io azzarderei pure i Dream Theater di "Images and Words"); dopo una lunga e potente intro musicale la chitarra si fa morbida e iniziano a fluire le parole di Wilson. Poi tra una strofa e l'altra intravediamo sonorità al limite del jazz attraverso il sapiente inserimento del pianoforte.

Dopo l'ultima lunga scarica di prog incessante, incalzante e martellante la musica si ferma e parte la title track "Hand Cannot Erase" la più "vendibile" dell'intero album: un pop rock che diventa una melodia nella testa, si ripete da sola anche quando il giradischi è spento ormai.

Joyce Vincent ha sentito l'esigenza di allontanarsi dal mondo, ed in una grande città come Londra è così facile sparire nel nulla e non lasciare tracce...il disco intero è incentrato su questo: il senso di alienazione di chi vive nella metropoli. Tutti siamo costantemente presi dagli impegni, cerchiamo di incastrare tutto con tutti. Sembra che non si abbia mai il tempo per dedicarsi con cura all'altro. E quindi, appena si esce fuori dal circuito si è totalmente fuori. Vieni dimenticato dal mondo. E muori. E nessuno scopre che lo sei per tre anni di fila. Nessun contatto, nessuna ricerca. Questa è la storia di Joyce Vincent. Una donna all'apparenza "normale" che ha pian piano allontanato tutto dalla sua vita, per stare da sola e morire nella sua solitudine. Amici, famiglia, fidanzato, colleghi e lavoro. Più nulla. E nessuno l'ha più cercata. E' stata ritrovata nel suo appartamento londinese dopo tre anni che era morta...circondata da regali di Natale che aveva impacchettato, per chi?

"Perfect Life" si apre dolcemente. Una voce femminile recita la storia di una relazione molto breve ed intensa tra due sorelle. Tutto incorniciato da trip hop ed elettronica. Poi torna Wilson a metà della traccia e ripete in una crescente malinconia: "We have got. We have got the perfect life"; è un' escalation musicale che mantiene queste poche parole e che si fa penetrante, quasi soffocante e lascia un senso di tristezza assopita.

"Routine" viene accompagnata dal suono del pianoforte. E' leggera. Arrivano le onde del mare e il suono di gabbiani e la voce si fa più decisa nel raccontare di quanto questa routine "keeps me in line, help me pass the time, concentrate my mind, helps me to sleep". Le sonorità vengono fuori, la chitarra è permeante. Accompagna la grande costruzione musicale di questo album. Voce femminile e maschile si alternano nell'esaltazione della routine. Poi boom...intravediamo nuovamente il prog. La voce quasi gotica della Tayeb si trascina sopra le note, ci danza assieme. Un urlo floydiano e poi torna la melodica e onirica chitarra che precede il ritorno di Wilson che conclude:

"The most beautiful morning forever
Like the ones from far off, far off away
With the hum of the bees in the jasmine sway
Don't ever let go
Try to let go"


"Home invasion" inizia stridente, quasi macabra. Minnemann si fa sentire a più non posso. E il progressive rock serve tutto, qui, per condannare la società dell'alienazione attraverso ciò che ci dovrebbe avvicinare al resto del mondo ma che invece ci fa chiudere ogni giorno di più nel nostro guscio informatico, virtuale e mai reale. "Download the life you wish you had".



La traccia è unita a " Regret #9", una composizione lunga, strutturata, mai noiosa e virtuosa introdotta dall'assolo di tastiere di Holzman. Qua il prog si fa più corposo, decisamente heavy e deve sostenere l'assolo lunghissimo e meraviglioso di Govan che buca e valorizza la lunga traccia con chiari rimandi ai Pink Floyd. Ancora voci di bambini sul finire.



"Transience" è morbida e Wilson diventa cantastorie. Echi e arpeggi di chitarra. 



"Ancestral". E' una traccia che usa parole dure, parla della solitudine, del mondo che non ti vuole, del declino. Il suono accompagna questo inevitabile destino che man mano si avvia verso tonalità più metalliche e forti nella seconda parte. Un altro solo di Govan ci fa accapponare la pelle. Le atmosfere sono cupe e intricate e in questo finale metal si inseriscono anche i fiati di Theo Travis. La suite è superba.



Tutto termina con "Happy Return"/"Ascendant here on...". Un piano, una chitarra che malinconicamente vanno a chiudere l'album, sintetizzando tramite la voce di Wilson, il suo messaggio. Ciò che ha voluto portare alle nostre orecchie per tutta la durata del disco ma che riesce a racchiudere in queste poche frasi. 


"Hey brother, I’d love to tell you
I’ve been busy
But that would be a lie
‘Cause the truth is
The years just pass like trains
I wave but they don’t slow down"

Finisce come è iniziato. Cori quasi angelici, eterei. E poi voci di bambini. E il suono di una pioggia leggera che si ricollega alla prima traccia.

Datevi una seconda chance. Vivete con calma e soprattutto, vivete. Non vi chiudete dietro uno schermo, dietro impegni che non vi riempiranno le giornate ma che invece, vedrete, ve le svuoteranno pian piano. Siamo esseri umani, fatti per relazionarci. E' così facile sparire nel nulla e venire dimenticati in questa nostra moderna società. E' così facile essere distratti e non prestare attenzione. 
Ma basta poco per cambiare rotta. Incredibile che la musica possa trasmettere tutto ciò. Wilson l'ha fatto.


Magistrale.







martedì 20 gennaio 2015

Pink Floyd in quadrifonia

Nulla succede per caso.
Mi ritrovo nella sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica di Roma. Gino Castaldo ed Ernesto Assante hanno deciso di regalare al loro pubblico una serata speciale su questo gruppo che in tanti hanno ascoltato, ma hanno mai davvero capito? Non che ci sia un testo che non siano riusciti a cogliere o degli accordi che non li abbiano convinti...i Pink Floyd vanno oltre tutto. Loro sono la musica.

E' una bella retrospettiva che parte dal primo album, citando a più non posso il compianto Syd Barret, il cui nome viene ripetuto tante di quelle volte che è come se lo si volesse ricordare all'ennesima potenza rispetto al poco tempo che ha passato nella vita del gruppo. The Piper at the Gates of Dawn, disco psichedelico per eccellenza, con la sua See Emily Play, lancia il gruppo verso il loro esordio musicale e discografico. Castaldo ci introduce al primo vero ascolto della serata, di quella che sarà Astronomy Domine; compare Gilmour sullo schermo, inizia a far scorrere le dita sulla chitarra, si trova in uno studio di registrazione...le note fluiscono, i suoni sono puri, puri floydiani...c'è Barrett in tutto questo. Barrett è questo album a più non posso. Anche dopo anni.

Quanto hanno in comune i Pink Floyd e la psichedelia? Generalmente il rock psichedelico è ispirato da stati alterati della coscienza indotti per mezzo di sostanze come mescalina, LSD, funghi allucinogeni che fanno affiorare attraverso la modifica della percezione, stati nascosti e profondi della psiche. Ma rispetto ai vari gruppi musicali di questa cosiddetta scena, loro non hanno mai portato in alto la droga come musa ispiratrice della loro musica; ok, Syd ne faceva uso, abuso di LSD e ciò l'ha portato ad ampliare ancora di più i problemi psicologici che già lo contraddistinguevano, ma per il resto del gruppo non è mai stato nè un problema nè una dipendenza. Sono psichedelici, si. Negli anni '70 usano tecniche musicali caratteristiche di quel genere (le lunghe session strumentali, rumori messi là a casaccio, distorsioni e passaggi dodecafonici, delay e phaser). Ma non per "merito" delle droghe. Comunque, non solo.

Barrett non ce la fa più...viene progressivamente scaricato dal gruppo e rimpiazzato da David Gilmour.

Antonioni li vuole per il suo nuovo (quello che sarà un capolavoro) film: Zabriskie Point. Se l'avete già visto, sapete di cosa stiamo parlando: America, fine anni '60, pieno periodo delle contestazioni studentesche.
La collaborazione tra il regista italiano e la band inglese si rivela però disastrosa, tanto che Antonioni, per niente soddisfatto del loro lavoro, inserirà nella colonna sonora altri tre brani di altri gruppi (tra cui la celebre Dark Star, Grateful Dead).

Castaldo e Assante ci introducono alla maestosità dell'opera che è Atom Earth Mother. Qui i Pink Floyd iniziano ad abbandonare la strada della psichedelia per portarsi su quella del progressive rock  o meglio, ci si avviano. L'edizione in vinile conteneva su lato A tutta la suite imponente di Atom Earth Mother e su lato B le altre quattro tracce: If, Summer '68, Fat Old Sun, Alan's Psychedelic Breakfast. Inizia l'ascolto della suite...dicono che i Floyd non ne furono mai pienamente soddisfatti, una loro versione live in Giappone, ci fa vedere come l'esecuzione del pezzo cambi di situazione in situazione: si erano resi conto che con uno studio di registrazione potevano fare a meno dell'orchestra e fare come pareva a loro.  Di questo Castaldo e Assante non ne hanno parlato ma in Summer '68 è contenuta una polemica sulla vita rock and roll dei musicisti in quell'epoca...canzone sui rapporti con le groupies e sulla disillusione del musicista alle prese con aspetti poco piacevoli, a volte, della vita on the road (mi faceva piacere specificarlo dato che nei prossimi articoli parlerò proprio dell'incontro con una groupie e del loro stile di vita). Alan's Psychedelic Breakfast è un pezzo di musique concrète: c'è il roadie del gruppo, Alan per l'appunto, che si prepara la colazione parlottando tra di se e facendo tutti i rumori possibili che si farebbero per preparare una colazione...sullo sfondo, i Floyd suonano e accompagnano questo flusso di rumori e parole.
La mucca, perchè? Il gruppo affidò la realizzazione della copertina dell'album a Storm Thorgerson (inizio di una collaborazione che durò a lungo) che si recò nella campagna di Londra ed immortalò questa bellissima ed imponente mucca. Le perplessità da parte della casa discografica si fecero subito sentire ma fatto sta che ancora oggi, se vedeste una mucca in mezzo a tanti altri album, non la notereste subito? Così è stato.

Meddle. Solo un titolo: Echoes. Ascoltiamo e vediamo Echoes nel Live at Pompei. I Floyd senza pubblico in mezzo alle rovine che diffondono le note squillanti di Echoes e tutto si riempie, si allinea. 
Incredibile sperimentazione. Con Echoes ritorna proprio quello che i Floyd volevano raggiungere dalla loro musica: affrontare la percezione di ognuno di noi del reale e realizzare un incontro tramite la liquidità delle loro note; gli accordi scivolano uno dietro l'altro a volte non in una perfezione tecnica mostruosa ma in una perfezione spirituale, quello è certo.

Tutto ciò che è stato creato dai Pink Floyd fin qui (parliamo di soli cinque anni!!) li ha portati a realizzare quella che sarà la loro opera più famosa. 
Un battito di cuore, che con la quadrifonia della sala Sinopoli sembra provenire dal proprio petto, cresce sempre di più d'intensità e viene sovrastato dai condizionamenti del reale: battitori di cassa, orologi, risate. E' la nascita. E' un evento puro; subito dopo iniziano ad insinuarsi le cose reali.
Ascoltiamo anche Breathe in quadrifonia... è uno spettacolo. Per The Great Gig in the Sky, Assante e Castaldo fanno spegnere tutte quante le luci in sala e ce la fanno ascoltare così, al buio, per viaggiare nelle note del brano, guidati dalla voce femminile di Clare Torry, assolutamente improvvisata, senza parole....richiami ancestrali di un rock che sembra soul.
The Dark Side of the Moon affronta i punti salienti della vita dell'essere umano: la nascita, la pazzia (chiari i riferimenti a Barrett in Brain Damage), la morte, il denaro, il tempo. Si conclude come è iniziato: un battito di cuore che svanisce pian piano per lasciare spazio alla voce del portiere degli studi di Abbey Road (dove fu registrato l'album) che ci dice: "There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it's all dark (in realtà non c'è nessun lato oscuro della luna. Di fatto è tutta oscura)". E tutto torna al suo inizio da Eclipse, idealmente, verso Speak to Me, come ci raffigura la copertina, un prisma triangolare che scompone la luce in tanti colori che, proseguendo sui lati del disco, finiscono in una altro prisma ,ribaltato questa volta, dal quale usciranno come un raggio di luce bianca che si ricongiunge con quello sul fronte della copertina. E' il disco dell'empatia per antonomasia. Esplora la natura dell'esperienza di ogni essere umano e l'empatia, invece che l'ostilità degli uni verso gli altri (tematica attualissima). The Dark Side è il disco che farà più successo e segna anche l'ultima riunione tra visione (Waters) e suono (Gilmour, Wright, Mason).

Wish You Were Here contiene l'omonimo pezzo super commerciale (perchè più "canticchiabile" e riproducibile da tutti noi). Ok, potrebbe sembrare un attacco, partire così nel recensire il disco. In realtà a me Wish you Were here piace (a chi non piace, chiedono i due giornalisti al pubblico) e anche molto. Forse proprio perché tratta del tema dell'assenza e della mancanza di qualcosa nella propria vita. Sullo schermo e nelle nostre orecchie si materializza Shine on you Crazy Diamonds e la descrizione di Castaldo è perfetta...la chitarra di Gilmour è quasi come se non esistesse, lui è solo un mezzo per esprimere la potenza dell'universo. Quattro note che da sole reggono la maestosità di questo brano dedicato esplicitamente a Barrett. Nel video compaiono a reggere questa imponenza Mr Crosby e Mr Nash. E un'illuminazione, un'esperienza mistica. E' rock, è musica...eppure è anche anima.

Animals, ispirato dalla Fattoria degli Animali orwelliana, si erge a manifesto anticapitalista per volontà di Waters. Battersea Power Station sullo skyline di Londra. Ciminiere, fumo, tonalità di grigi e marroni. E un maiale che vola sopra tutto questo. E altri animali. Il degrado della società. Dogs, pigs and ships.

Fu un incidente con un fan ad aprire le porte a Waters per la composizione di The Wall. Durante un tour della band, il gruppo ed in particolare Waters si sentivano a disagio per la folla oceanica che li era venuti a sentire. Il bassista fu irritato a tal punto che arrivò a sputare addosso ad un fan. L'episodio, di per sè negativo, lo aiutò a riflettere su quanto accaduto e sulla distanza che si percepiva chiaramente tra artisti e pubblico, durante i concerti. The Wall nasce quindi dal muro che creiamo intorno a noi e alle persone. Il resto è storia. 
Ringrazio Assante e Castaldo per aver fatto riprodurre in video l'intro di the Wall (suonato il 12.12.2012 al Madison Square Garden) che io mi sono persa, insieme a buona parte di Another Brick in The Wall, quando sono andata a sentire Roger Waters a Padova due anni fa. 
Fear builds walls. Attuale, attualissimo.

Non diciamo che i Pink Floyd siano morti con The Wall, fatto sta che le tensioni tra Waters da una parte e Mason, Wright, Gilmour dall'altra erano diventate insostenibili e deleterie per il gruppo. Ciò che è stato prodotto dopo la rottura dei Pink Floyd è qualcosa di godibile ma assolutamente non paragonabile a tutto questo. E ovviamente, ringraziamo Syd Barrett, il nostro angelo poeta, che in così poco tempo influenzò tantissimo il destino di quello che ad oggi è uno dei gruppi più immensi della storia. Non convenzionali, questo è certo.

Come riassumere e racchiudere quello che sono stati e sono tutt'ora i Pink Floyd in una recensione ed in una serata? Ebbene, secondo me ce l'abbiamo fatta. Grazie a Castaldo e ad Assante per questo "viaggio". Le parole da me usate sono le loro, e sono solo state reinterpretate. Spero di aver reso l'idea di quello che è stata questa lezione. Grazie.

L'unica pecca della serata a mio avviso, è stata quella di non aver assolutamente spiegato cosa fosse la quadrifonia. Il titolo di questa lezione di rock era proprio "Pink Floyd in quadrifonia", dato che i due giornalisti ci hanno permesso un ascolto alquanto originale (nel senso vero del termine) della musica dei Floyd. Ma poi, non hanno neanche fatto un accenno a questa tecnica di registrazione. 
Vi riporto la definizione dall'Enciclopedia Treccani, così non ci possiamo sbagliare.

Quadrifonia : sistema stereofonico di registrazione e di riproduzione di suoni che usa quattro canali contemporanei, anziché due come la stereofonia ordinaria, di cui costituisce un miglioramento quanto alla resa dell’effetto stereofonico.

E questo, ha permesso un ascolto senza pari. D'altronde, la quadrifonia l'hanno introdotta proprio i Pink Floyd.




Ora scordatevi di tutto quello che vi ho detto e che vi hanno detto Assante e Castaldo tramite me.
Prendete un disco a caso dalla vostra discografia dei Pink Floyd...uno a caso va benissimo (vi consiglio di averli veramente tutti). Scordatevi di ogni singola parola e ascoltate.
Sentite il suono della vita?

♪ ♫ See Emily Play (from The Piper at the Gates of Dawn)
♪ ♫ Astronomy Domine (from The Piper at the Gates of Dawn)
♪ ♫ Soundtrack from Zabriskie Point
♪ ♫ Atom Earth Mother (from Atom Earth Mother)
♪ ♫ Echoes (from Meddle)
♪ ♫ Speak to me (from The Dark Side of the Moon)
♪ ♫ Breathe (from The Dark Side of the Moon)
♪ ♫ The Great Gig in the Sky (from The Dark Side of the Moon)
♪ ♫ Us and them (from The Dark Side of the Moon)
♪ ♫ Brain Damage (from The Dark Side of the Moon)
♪ ♫ Eclipse (from The Dark Side of the Moon)
♪ ♫ Wish you were here (from Wish you were here)
♪ ♫ Shine on you crazy diamonds (from Wish you were here)
♪ ♫ Dogs (from Animals)
♪ ♫ In the flesh (from The Wall)
♪ ♫ Another Brick in the Wall pt. 1 (from The Wall)